Quando muore un ragazzo…

Questa è una pagina dedicata a un ragazzo del nostro quartiere, uno dei nostri figli, uno di noi, Lorenzo Greco…

 

Una notizia, agli albori di questo 2014 per il nostro quartiere, ha riguarda purtroppo uno dei ragazzi del nostro quartiere.

Raccogliamoci nella riflessione, nell’azione e nella speranza.

Quando muore un ragazzo, tra la “casa para locos” e il ”piccolo inferno”      1 Gennaio 2014 (articolo pubblicato nella rivista di quartiere “La Gazzetta di Casalpalocco” nel mese di Gennaio / Febbraio 2014)
Quando muore un ragazzo specie nel nostro quartiere, siamo tutti pronti a farne presto un’antologia (dal greco “ánthos”, fiore, e “légo”, raccolgo). Un’antologia di contenuti, sentimenti, pensieri, quasi tutti uguali, come fossimo la stessa persona, e forse, in fondo, lo siamo davvero. E come un libro o un articoletto finisce in una pagina, anche le nostre osservazioni si spengono presto, in poche parole, poche righe, quasi a voler emulare una vita breve, la sua.

Scrivo questo, investo una piccola parte del mio tempo per Lorenzo Greco, 17 anni, un ragazzo investito del nostro quartiere. La prima domanda è quale quartiere. Visto che la sua vita, anzitutto, ha avuto termine sulla nostra “Via di mezzo”, la Cristoforo Colombo. Una strada attraversata, una vita spezzata solcando un guard rail. Una strada, se vogliamo dirla tutta, tra la “Casa para locos” (casa per matti, manicomio. Così fu definita CasalPalocco, in un articolo di 20 anni fa pubblicato sulla Gazzetta di Casalpalocco) e “il piccolo inferno”, l’Infernetto. Sì, perchè è questa la ricostruzione più degna del nostro quartiere, la descrizione più consona che farebbe chi ne soffre, chi sta soffrendo, chi ha imparato o sta imparando a soffrire sulla propria pelle, o di quella della propria famiglia, per le contraddizioni della nostra vita e del nostro quartiere. Vogliamo porgere orecchio a queste persone o vogliamo, ancora una volta, che rimangano in silenzio e attendere il prossimo?

In passato mi sono lamentato, come genitore, del fatto che l’unico posto al coperto che i nostri ragazzi hanno, per incontrarsi o stare seduti uno a fianco all’altro, fosse il Cotral.  Adesso devo aggiungere che l’autobus è anche l’unico mezzo per non sfidare la morte, l’unico mezzo per transitare da una parte all’altra del nostro quartiere.

Ma torniamo al perchè. Al perchè tu Lorenzo, la tua vita, quello che avevi da dire, adesso, sembra, non lo puoi dire più. Parliamo di te, delle persone che ti hanno amato, chi ti ha accolto.

Allora provo a ricostruirne una, di domanda. La mia è se fossi così diverso dagli altri, o fossi un figlio o ”come un figlio” per tutti noi genitori o abitanti di questo quartiere. Ecco la mia prima domanda: chi attraversa quella strada, chi muore in questo tratto rettilineo di giungla? E la verità è che sono spesso i nostri figli “appiedati”, ma anche le nostre colf “appiedate” (con altre parole: beati loro, perchè sanno godersi il dono del cammino), i ragazzi di quartiere e quel signore di colore (beato chi lo ha visto) che trasporta rami e legna sulle spalle, avanti e indietro, quello che tutti, quando lo vedono, riconoscono e difiniscono come “matto”. Il matto che, scalzo fa avanti e indietro e non si sa per che  per chi trasporta tutto quel mostruoso peso. Nessuno lo conosce, ma molti sanno di chi sto parlando. Il matto è lui o noi stessi, che abbiamo imparato a NON combattere, uniti, per i nostri figli? Il matto è lui, con i suoi disvalori, o il nostro corpo, il corpo delle famiglie di questo quartiere, gli appiedati, o i poveri Cristi in bicicletta, travolti da una macchina all’incrocio di CasalPalocco (sotto i miei occhi ancora un signore su una bici da passeggio due mesi fa, travolto da una macchina, e poi, l’ambulanza…).

Lorenzo, quanto significa questo nome, il tuo nome per tutti noi! E quanto vorremmo che significasse!!!

Ma non tradire un ricordo, il tuo, può diventare una scelta. Può esserlo per esempio chiedere di costruire un sottopasso anche ciclabile, o un ponte di ferro, come quello blu che consente di raggiungere Dragona da Acilia Sud, o Ostia Antica alla metro, per esempio. E sognare di salvare una vita, magari una soltanto.

Un ponte blu per dire ancora ti amo a uno come te, che alla strada, a queste tigrimacchine ha dato la sua vita per un errore, uno sbaglio. Che ha pagato a caro prezzo.

Un ponte blu che sia segno e porti anche a costruire un luogo, un posto in cui i ragazzi possano incontrarsi ripettando sì, delle regole, ma un posto per voi ragazzi, perchè ne avete bisogno. Ma la risposta attuale è questa: semplicemente, non ve ne accorgete? Non c’è!

L’unico ponte blu è quello invece di un volo di fantasia, quello che vedo adesso che solchi camminando, anche tu, Lorenzo, verso il cielo, verso una speranza, una battaglia per la vita quindi e non per la morte, dove gli errori contano e contando gli sbagli, possiamo insieme, come un corpo solo, e insieme a te come un figlio, raggiungere magari solo un segmento in più, uno scalino, riempire un vuoto e costruire uno spazio di relazione autentica e di piena e profonda felicità.

Addio Lorenzo e pace ai 2 amici che insieme a te hanno attraversato quella notte, quella strada. Pace ai tuoi genitori, ai tuoi fratelli, alla tua carissima famiglia, che sappia presto sostenere il peso di questa tua, che tanto sembra una sconfitta. Il peso senza senso, come quella legna sulle spalle del signore di colore che trasporta, senza pietà alcuna, quell’enorme fardello, quel groviglio di rami sulla sua schiena. Prego e pregherò sempre, specie per tutti voi.

Allora concudo, finisco di parlare, mi spengo anch’io, come te Lorenzo, ma mi spengo perchè qualcun’altro si accenda, si muova, si faccia presente, si faccia dono delle proprie iniziative e delle proprie parole e torni o ritorni, in questo modo, a darti vita o almeno a darti un senso.

Ma concludo con parole non mie, ma di Lorenzo Ambrosetti, che parlò, circa un anno fa, del pensiero greco. Parole che ritornano: Lorenzo…greco…. sarà una coincidenza? Delle parole, forse un segno. Le raccolgo e le rivolgo a te, giovane, ragazza, adulto, padre, madre, abitante di questa casa para locos e il piccolo inferno che qualcuno anche oggi, sta vivendo.

Ecco cosa disse questo tuo omonimo, al termine di un suo meraviglioso e illuminato articolo, pubblicato su un quotidiano nazionale:

Il rischio è che si possa toccare il fondo. Il primo segno di una rinascita non può che provenire dalla scoperta di nuovi orizzonti di senso: processo tutto interiore, che conduce direttamente alla scoperta delle parti più vere ed intime di noi stessi, in un meccanismo catartico (di purificazione) e palingenetico (che porta a nuova vita) diretto al cuore della verità. Solo con un processo di autoriflessione, avendo di mira valori autentici e solide virtù si potrà rinnovare lo spirito dei tempi difficili che stiamo attraversando. E’ la riscoperta del socratico gnoti auton*, ossia conosci te stesso, che potrà condurre i giovani verso un cammino di migliore speranza.

Addio Lorenzo Greco, a Dio.

*Gnoti auton è una frase iscritta nel tempio di Apollo a Delfi , appartenente quindi alla sapienza Delfica: significa conosci te stesso, e riconosci la tua limitatezza e finitezza; non sconfinare in ruoli che non ti sono propri e a te non si addicono come essere umano, amante, e figlio della vita. n.d.r.)
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Giampiero Vitullo  –  Presidente del Centro Giovani in Formazione

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